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Testimonianze
Se la storia del calcio è una collana infinita di favole, una delle più belle è proprio quella dello scudetto del Cinquantasei. E' la favola reale di una squadra e di una città. A Firenze in quei giorni di mezzo secolo fa più che all'incombente miracolo economico la gente pensava, tra sussurri e grida, alla vittoria nel campionato: ci credeva davvero, in anticipo, la pregustava senza paure scaramantiche. E sarebbe stata davvero un'avventura felice con la fantastica galoppata della squadra viola dall'autunno, attraverso un inverno freddissimo, il più freddo del secolo, fino ai giorni di maggio. La città viveva ancora sull'onda del fervore della rinascita del dopoguerra. Sull'Arno si alzavano cantieri, andavano prendendo forma le nuove arcate di due ponti distrutti, quelli alle Grazie e a Santa Trinita. In piazza della Repubblica tornava al suo posto la colonna dell'Abbondanza. E c'erano occasioni anche per lo svago: per invadere i prati di Forte Belvedere restituito alla città dal Comando militare, assistere dal vivo a una puntata dello spettacolo che nella neonata televisione mobilitava l'Italia, "Lascia o raddoppia?" con Mike Bongiorno protagonista di un'edizione speciale nei giardini di piazza d'Azeglio. C'era persino il matrimonio dell'anno: Anita Ekberg non ancora famosa per la "Dolce vita" si sposava in Palazzo Vecchio. Scoppiava, guidata da Pietro Annigoni, una polemica sulle opere d'arte spedite da Firenze per mostre in giro nel mondo. Quattro pittori, per protesta, occuparono la torre di Arnolfo: scesi i pittori, sulla torre salirono i tifosi per issare accanto al Marzocco la bandiera viola. La Fiorentina si era appena aggiudicata lo scudetto uscendo imbattuta da tutte le partite meno l'ultima, anzi gli ultimi cinque minuti, una vera beffa del destino. C'erano state le elezioni comunali: toccò a La Pira, rieletto sindaco, ricevere i campioni d'Italia nel salone dei Cinquecento.
Lo stadio, un pomeriggio di fine maggio, fu teatro di una grande festa di popolo: prima della partita con la Lazio, l'ultima casalinga, sciamarono sul prato i figuranti del calcio in costume. Per la prima volta nella storia del nostro campionato uno scudetto era salutato dagli squilli delle chiarine e dal rullo dei tamburi cinquecenteschi. Pochi giorni dopo al cinema Ariston tutto esaurito per un film che non aveva in cartellone James Dean o Marilyn, i divi del momento, ma si intitolava "Alè alè Fiorentina". Era la storia del campionato con le partite dei giocatori viola in Nazionale. C'erano tutti i protagonisti di quella straordinaria, irripetibile stagione. Dal presidente Enrico Befani, che veniva da Prato ed era un uomo del boom all'allenatore Bernardini, che era un mito del calcio ma si presentava soprattutto come un romano disincantato che tutti chiamavano "il dottore" (era laureato davvero, una rarità allora nel mondo del pallone). Tra i giocatori uno solo era fiorentino, l'ala sinistra Maurilio Prini, che veniva dalle Sieci. Gli altri arrivavano da varie latitudini, sud America compresa. Molti sono rimasti o sono tornati a vivere a Firenze, dal romagnolo Sarti al friulano Virgili. Purtroppo alcuni non ci sono più. Quasi mezza squadra ora gioca in Paradiso.
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